L’aggravante mafiosa nella stagione del trionfo della prevenzione generale

Di Simone Faiella -

Art. 7 of the d.l. 152 of 13 May 1991 has introduced into our legal system a sanctioning mechanism whose legitimacy is highly dubious, both in terms of compliance with the major constitutional canons – first and foremost the principle of legal certainty; and in terms of application predictability in relation to the principles expressed by the other art. 7, that of the ECHR. The provision defines an aggravating circumstance whose applicability is unpredictable chiefly because of its generic descriptiveness. As is known, in order to be applicable, the provision presumes the existence either of a “mafia method”, and/or a “facilitation of a mafia-style coterie”. To define ex ante, as the rules would require, what exactly constitutes a “mafia method” is almost impossible. The impossibility is macroscopic when one takes into account that well-established case-law considers the aggravating circumstance as capable of existing despite the existence of a real and proper criminal association: the method without the mafia.
The interpretative and normative framework is no less problematic with regard to the “sub-case” referring to the “facilitation of a mafia-style coterie”: if the mafia-style consortium is supposed to actually exist, a factual reconstructive limbo gapes open. This aspect of the aggravating circumstance is, moreover, partially rivalled by the norms regulating the, so called, “external accessory” (pursuant to art. 110 – 416-bis c.p.); the legislative discipline of which is also entrusted to the unfathomable criteria of causation. As can be imagined, these become literally inscrutable where applied to psychological reconstructions. To find a specific area of applicability, “facilitation” would need to be considered as a lesser degree of “external accessory”. Consequently, regardless of the afore mentioned principles of certainty and predictability, the causative and interpretative basis for application would become even more nuanced. The alternative is, of course, to apply the aggravating circumstance of “facilitation” in addition to that of “external accessory” – with the risk of violating the ne bis in idem principle as well. To make matters worse, this undeniable normative haze is appended with an extremely lax, and easily adaptable, piece of legislation. In both the aforementioned sub-cases, the aggravating circumstance is defined as being “common and with special effect”. Accordingly, its application can distort the legal sentencing parameters of any crime, with devastating results. As regulated, it affects not only on the prison term that can be inflicted, but also on the kind of detention regime to be enforced – especially with regard to measures alternative to incarceration. This constitutes a legal aberration which, given the period of hard-line justice that our country is going through, will not be corrected soon.

Con l’art. 7 del d.l. 152 del 13 maggio 1991 è stato introdotto nel nostro ordinamento un meccanismo sanzionatorio di assai dubbia legittimità sia sul piano del rispetto dei principali canoni costituzionali, quali, primo fra tutti, quello della determinatezza sia sul piano della sua prevedibilità di applicazione, in rapporto ai principi espressi da altro art. 7, stavolta quello della CEDU. La disposizione anzidetta reca infatti un’aggravante che risulta non prevedibile quanto alle sue possibilità di applicazione, prima di tutto, per effetto della sua genericità descrittiva. Come noto, il dispositivo in esame vede quali suoi presupposti di applicazione, in via alternativa, il cd. “metodo mafioso” e “l’agevolazione di una consorteria di stampo mafioso”.
Definire ex ante, come le regole del gioco imporrebbero, in cosa consista il “metodo mafioso”, è cosa pressoché impossibile. Tale impossibilità è resa peraltro ancor più manifesta, se si considera che l’aggravante anzidetta, in parte qua, è ritenuta in grado di operare pur a prescindere dall’esistenza di una vera e propria associazione criminale così connotata. Non meno problematico è il quadro dogmatico-ermeneutico riferibile alla “sotto-fattispecie” dell’“agevolazione”, poiché, se è vero che, con riferimento a questa seconda, la consorteria di stampo mafioso si ritiene debba effettivamente sussistere, è anche vero che anche in ordine ad essa si apre un vero e proprio limbo ricostruttivo. L’aggravante, in tale altra parte qua, trova infatti quale ulteriore disciplina evocabile quella del cd. “concorso esterno” ex art. 110 – 416-bis c.p. Come noto, anche tale disciplina è affidata al criterio della causalità. Quest’ultimo diventa letteralmente imperscrutabile, ove colto nella sua dimensione marcatamente psichica.
L’aggravante in questione, pertanto, per trovare un suo spazio di applicazione autonomo, dovrebbe andare a collocarsi in una fascia “più bassa”, e perciò ancor più sfumata, quanto ai presupposti eziologici di applicazione. L’alternativa è il concorso (reale) di norme e quindi l’applicabilità dell’aggravante in aggiunta alla disciplina del cd. “concorso esterno”. Nella prima ipotesi ricorrerebbe il rischio della “sola” violazione dei principi di determinatezza e prevedibilità anzidetti; nella seconda ricorrerebbe anche il rischio di una possibile violazione del principio del ne bis in idem sostanziale. A questa nebulosità dogmatico-ermeneutica, si associa uno snodo di disciplina estremamente lasso e adattabile ad ogni bisogna. L’aggravante anzidetta, in entrambe le due dette sotto-fattispecie, è infatti qualificabile come “comune e ad effetto speciale”. Pertanto essa è in grado di operare sulle conseguenze del reato, stravolgendone la disciplina, recando devastanti conseguenze non solo sul quantum di pena irrogabile, ma anche su tutto quello che può essere il regime penitenziario e, in particolare, le misure alternative alla detenzione. Si tratta di un vero e proprio “monstrum” giuridico che, però, vista l’epoca giustizialista che il nostro Paese sta attraversando, è ben lungi dall’essere abbattuto.