Il valore di avere valori
Il valore di avere valori è una responsabilità storica.
L’Italia può offrire un contributo originale e decisivo al dibattito europeo e internazionale sul rafforzamento delle istituzioni democratiche e dell’integrità pubblica, traendo ispirazione da due grandi filoni del pensiero giuridico e civile contemporaneo: da un lato il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà, dall’altro il dovere di avere doveri di Luciano Violante.
Rodotà ci ricorda che i diritti non sono meri enunciati formali, ma presuppongono condizioni sociali, culturali e istituzionali che ne rendano effettivo l’esercizio. Il diritto di avere diritti è, prima di tutto, un diritto alla dignità, al riconoscimento e all’inclusione nella comunità politica. Violante, specularmente, sottolinea come nessuna democrazia possa reggersi sulla sola rivendicazione di diritti se non è accompagnata da una consapevolezza diffusa dei doveri verso la collettività, le istituzioni e il bene comune.
Tra queste due prospettive si apre oggi la necessità di una terza via moderna: non solo diritti, non solo doveri, ma il valore di avere valori. Una via che punti sulla motivazione profonda della società e, in primo luogo, dei pubblici funzionari, chiamati quotidianamente a incarnare lo Stato nella vita concreta dei cittadini.
Fondamenti teorici: il diritto vissuto e il dovere interiorizzato
Stefano Rodotà ha chiarito in modo definitivo che i diritti non possono essere considerati meri oggetti normativi, separati dalle condizioni concrete della loro attuazione. Come egli afferma: «Il diritto di avere diritti è il diritto a non essere esclusi, a non essere resi invisibili, a non essere ridotti a oggetti di decisioni altrui»[1]
E ancora, in un passaggio che interpella direttamente la funzione pubblica:
«I diritti non vivono nei testi, ma nelle istituzioni e nelle pratiche che li rendono effettivi»[2].
Il diritto, dunque, vive nelle decisioni amministrative, nei procedimenti, nei comportamenti quotidiani dei funzionari pubblici. Senza questa mediazione umana e istituzionale, la norma resta lettera morta.
Luciano Violante completa questo quadro richiamando l’altra faccia della democrazia costituzionale: il dovere. Egli osserva: «Non esiste diritto che non generi un dovere, né libertà che possa sopravvivere senza responsabilità»[3] e individua con lucidità la crisi contemporanea della relazione tra cittadini e Stato:
«Quando i doveri scompaiono dall’orizzonte civile, i diritti diventano pretese e lo Stato un nemico»[4].
Il punto di incontro tra queste due prospettive non è una mediazione al ribasso, ma un salto di qualità: l’interiorizzazione dei valori come fondamento dell’azione pubblica.
Oltre la norma: il valore di avere valori
È ormai impensabile proseguire lungo due strade entrambe insufficienti. Da un lato, l’adozione di regole vissute burocraticamente come orpelli imposti dall’alto; dall’altro, la mera semplificazione normativa intesa come risposta automatica alla complessità di un quadro giuridico stratificatosi nel tempo. Ciò è particolarmente evidente nei settori dell’integrità, della trasparenza e della responsabilità, soprattutto in materia di prevenzione della corruzione.
La norma, se non interiorizzata, rischia di trasformarsi in adempimento vuoto o in strumento difensivo.
Occorre invece una spinta valoriale, capace di restituire ai funzionari pubblici italiani orgoglio di appartenenza, motivazione, stimolo e condivisione etica.
Il valore di avere valori diventa così il terzo pilastro dell’azione pubblica: ciò che consente di passare dalla legalità formale alla legalità sostanziale.
Nel nuovo paradigma, il controllo non è antagonista dell’azione amministrativa, ma suo alleato. La prevenzione della corruzione si fonda su:
- trasparenza accessibile;
- compliance come cultura organizzativa;
- collaborazione istituzionale.
L’integrità diventa fattore abilitante dello sviluppo, non freno.
In un ordinamento giuridico multilivello, la complessità è strutturale. La risposta non può essere la riduzione indiscriminata delle regole, ma una semplificazione intelligente, capace di convivere con ecosistemi normativi e digitali interoperabili.
Il dialogo tra settore pubblico e settore privato diventa centrale: consultazioni, partenariati, co-regolazione contribuiscono a costruire un ambiente legalmente orientato, fondato sulla fiducia reciproca e sulla responsabilità condivisa.
Da una rinnovata considerazione del prestigio della funzione pubblica può derivare una significativa riduzione della distanza di sfiducia tra istituzioni e collettività. Questo processo può aprire la strada a una compartecipazione attiva e a una collaborazione partecipativa che diventa anche partecipazione democratica.
Il momentum storico che l’Italia sta vivendo – testimoniato dal suo riposizionamento internazionale e dal valore riconquistato della qualità italiana – può e deve riflettersi anche nella Pubblica Amministrazione.
Una PA italiana motivata, eticamente orientata e consapevole del proprio ruolo può offrire quel colpo d’ala che ancora manca per diventare un modello mondiale.
[1] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 1ª ed. 2012, p. 12.
[2] S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza, Roma-Bari, 1ª ed. 2012, p. 67
[3] L. Violante, Il dovere di avere doveri, Einaudi, Torino, 1ª ed. 2014, p. 9.
[4] L. Violante, Il dovere di avere doveri, Einaudi, Torino, 1ª ed. 2014, p. 42.
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